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scheda spettacolo

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IL Y A LA’ CENDRE
oblio e memoria sull’universo concentrazionario

di Lorenzo Mori
con Roberta Locci e Monica Serra
organizzazione: riverrun

Sessantasette anni fa, il 27 gennaio 1945, venivano aperti i cancelli di Auschwitz.
Le immagini che apparvero agli occhi dei soldati sovietici che liberarono il campo sono impresse nella nostra memoria collettiva. Ad Auschwitz, come negli altri luoghi di sterminio creati dalla Germania nazista, erano stati commessi crimini di incredibile efferatezza, segnando una sorta di punto di non ritorno nella Storia dell’Umanità.

Il 27 gennaio 2012 il “Giorno della Memoria” si celebra in Italia per la dodicesima volta. Dodici anni sono passati da quando fu istituita, dallo Stato Italiano e dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, questa giornata commemorativa ed oggi il “Giorno della Memoria” è diventato un’occasione fondamentale per ricordare il tremendo genocidio del Popolo Ebraico e di tutte le vittime della Shoah, scongiurando, almeno così pare, il pericolo dell’oblio e delle nuove istanze revisionistiche emergenti. Eppure oggi più che mai è presente il pericolo che questa relazione tra Storia e Memoria proprio nel ricordo della Shoah perda di senso e significato.
La Shoah è infatti ormai consegnata ai libri di Storia, al pari di altri avvenimenti del passato. Pochi testimoni sono rimasti a raccontarci la loro esperienza e si potrebbe ipotizzare una Memoria cristallizzata nei libri, come un evento importante ma lontano nel tempo, da studiare al pari di qualsiasi altro capitolo di un libro scolastico, con il rischio di rendere distante il significato e la ragione vera per cui è necessario ricordare.
Scriveva la filosofa Hannah Arendt, che il male non ha né profondità, né una dimensione demoniaca. Può ricoprire il mondo intero e devastarlo, precisamente perché si diffonde come un fungo sulla sua superficie, sospinto dalla più sconcertante banalità . Questa “banalità del male”, rischia di diffondersi ancora con la stessa estrema facilità di un tempo in chi vive nella tetra neutralità e nell’ignavia, in chi non pensa, non ha idee proprie, in chi non dà valore e giudizio alle proprie azioni e alle loro conseguenze. La Arendt collega il “bene” direttamente al pensiero, e di questo bene ognuno è responsabile.Questi pochi assunti ci hanno guidati nell’elaborare la scrittura scenica di questo spettacolo: l’incontro fortemente voluto con l’unico superstite sardo del campo di “Mauthausen” ci ha permesso di guardare, attraverso gli occhi di chi c’era, direttamente dentro quell’orrore, senza mediazione. Eppure neanche questo è bastato per scongiurare il pericolo di rappresentare in modo volgare, superficiale, o, ancora peggio, “pornografico” l’argomento: da una parte c’era il facile pietismo dei racconti strazianti, dall’altra il vouyerismo morboso dei dettagli raccapriccianti, in mezzo, il distaccato cinismo dei ragazzi, le barzellette sugli ebrei, i balli “scemi”, le magliette dai simboli ideologici svuotati di ogni senso, l’intolleranza dilagante, l’imbarbarimento…

Abbiamo deciso, per comunicare meglio con i ragazzi a cui questo spettacolo si rivolge, che tutti questi aspetti sarebbero dovuti entrare nella messa in scena finale, è stata questa la nostra “onestà intellettuale”: la spudoratezza. Abbiamo inventato il nostro modo autentico di ricordare ciò che non si può ricordare, se non a patto di “tradirlo”, di sporcarsi le mani.

…E così abbiamo anche tradito. Memoria. Aspettative. Chiarezza.


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